ultraviolet makes me sick

| biography |discography| press | photo |

PRESS 'No freeway, no plan, no trees, no ghosts'

"No freeway..." è una passeggiata ad occhi chiusi sull'orlo di un precipizio, una dolcissima ninnananna per spiriti irrequieti, straripante di spunti melodici e progressioni trascinanti.
Ascoltatatelo. Poi, se proprio ci tenete, sbizzarritevi ad svilirlo con le solite etichette: slo-core, jazz-rock, post rock...etc..etc..
Freak Out [www.freakout-online.com] - Daniele Lama (29/03/2004)
*************************
..questo disco è da avere senza la solita fame rapace di novità, senza questa superflua ansia da prestazione con cui ci si rapporta alla conoscenza di determinate realtà sotterranee. Questo disco non è il primo degli Strokes, non ne sentirete parlare sino alla nausea. Questo disco sarà vostro, uno dei tanti forse, ma di quelli buoni, quei dischi su cui sai di poter contare, quei dischi che rispuntano fuori in determinate giornate, in precisi momenti.
Rockit - Andrea La Placa (e-mail: andrealaplaca@rockit.it) 19-03-2004
*************************
Con questo emozionante secondo album, UVMMS sono un passo più vicini a ricreare su disco l'inesprimibile magia dei loro concerti; come dire, sull'orlo del capolavoro.
Enrico Ramunni ˆ Rockerilla 03/04
*************************
Ultraviolet Makes Me Sick sono tra coloro che non temendo la saturazione del genere s'applicano con intensa creatività ad un post-rock che può sopravvivere solo se immune da ansie colte e matematiche e che nel loro caso è infatuato di andamenti cinematici che vagolano da uno smarrimento all'altro senza mete prefisse, accumulati con una sensazione di instabilità che a tratti immalinconisce nel volgere lo sguardo a ciò che è dissolto.
Paolo Bretoni ˆ Blow Up 03/04
*************************
Era lecito attendersi un mutamento radicale, quindi, come sarebbe stato per molti trendini che affliggono il rock italico; ma i nostri appartengono a quella sorta di (specie protetta) che delle mode non sa proprio che farsene...Il risanamento del nostro sottobosco) è in corso e, stando alle trame slintiane di una Overexposed o di Counter Clockwise, pare sempre più vicino
Emanuele Sacchi - Rumore 03/04
*************************
Un disco che necessita di essere preso in blocco e di essere ascoltato ed apprezzato più e più volte per meglio percepirne tutte le cromature, a voler segnalare qualche titolo è fantastica "Counter Clockwise‰, "Overexposed‰, che presenta forse l'atmosfera e le idee più interessanti e la titletrack che non a caso è posta in fondo al disco quasi a riassumere le sensazioni e le immagini prodotte, disegnate, scoperte, esaltate dal sound di UltraViolet Makes Me Sick. Davvero un bellissimo disco.
Fabio Igor Tos - Sonicbands
*************************
Ecco quindi il significato del titolo che lascia intendere una ricerca senza schemi e soprattutto senza obbiettivi da centrare, se non quello di mettere in musica l'inquietudine e la pace di una band che sta riuscendo ad essere fedele a se stessa.
Giuseppe 'Pepe' Carpitella - Rock Sound 02/04
*************************
La resa degli strumenti, complice in fase di post-produzione di Fabio Magistrali, contribuisce a delineare un suono onirico, avvolgente, nervoso a tratti, prevalentemente chitarristico, legato ad una dimensione cinematica che rispecchia con efficacia l'estetica minimale dell'ensemble. Bello, come potrebbe esserlo un disco dei Mogwai se gli scozzesi fossero approdati dalle parti delle 4AD dopo aver coltivato la passione per il jazz e per il folk ad alto tasso di malinconia.
A.Besselva - Il Mucchio Selvaggio 17/02/04
*************************
Un bagaglio che riesce a farsi portare piacevolmente in qualsiasi viaggio stiate accingendovi a compiere nei meandri della vostra mente.
www.lascena.it Pamela Antonacci
*************************
Gli Ultraviolet Makes Me Sick sono una realtà del circuito Indie nostrano. Forse il mercato dovrebbe aprire gli occhi e capire che molto spesso l'orecchiabilità che ricerca fa sì che l'udito del "consumatore‰ abbia sempre più bisogno di un po' di relax? ora sa sicuramente chi andare a cercare.
www.rockers.it - Angelo Argiolas
*************************
Suona così l'album, incontrollabile e molto labile, facilmente riconducibile alla scena post-rock intimista, ma assolutamente da non banalizzare dentro una definizione.
Tribenet - Rocco Rossetto
*************************
Ultimamente in Italia, mi riferisco naturalmente alla scena post-rock, stanno nascendo realtà davvero interessanti, e gli Ultraviolet makes me sick sono sicuramente una fra le più mature, e di sicuro la più "accessibile‰; "No freeway, no plan, no trees no ghost‰ sa veramente creare delle atmosfere emozionanti, e credo sia una piacevole esperienza per qualsiasi ascoltatore, perché ha il pregio di riuscire ad abbracciare la melodia in tutte le sue sfaccettature, risultando cosi per nulla ripetitivo o noioso?
www.alternatizine.com - Stefano Bernardi
*************************
"No Freeway, no plan, no trees, no ghost" è un disco intenso e rarefatto da ascoltare dall'inizio alla fine ad occhi chiusi e mente aperta, in cui, a differenza di altri dischi della stessa area, la tensione emotiva non viene mai meno.
Music Boom [www.musicboom.it] - Ferdinando Farro
*************************
No Freeway, No Plan, No Trees, No Ghost rimane una via obbligatoria dello stradario postrock italiano.
Movimenta [www.movimenta.com] - Francesco Farabegoli [Kekko]
*************************
…No Freeway, No Plan, No Trees, No Ghosts creates its own distinctive space. From the purple cover art of a light with mysterious trails (wires, branches?) arranged to give the impression of a jellyfish seen from underwater to the hyper-poetic song titles to the supreme sense of taste throughout the music, Ultraviolet Makes Me Sick achieves a singular personality. Thoughtfully nuanced and serene yet dynamic, this album holds a great appeal for fans of fusion, post-rock and experimental music.
Review © 2004 by Nick Bensen
*************************
Gianmaria Aprile's wonderfully melodic guitar lines on "Overexposed" are another perfect representation of the best that postrock has to offer. They may be responsible for the band's silly but accurate reputation as "the Italian Tortoise," especially when compared with the latter's "Along the Banks of Rivers").
One of the more unsettling elements on this new album is the constant transition of songs into different keys, rhythms, melodies, and instrumentation.
Simultaneously cinematic and expansive, yet warm and intimate, this is a vast improvement on UVMMS' debut and one of 2004's best post-rock entries to date.
www.fakejazz.com - jeff penczak/2004 jul 30
*************************
In summary, I'm re-reading my writeup and Ultraviolet Makes Me Sick is a real challenge to describe. Definitely off the beaten path but creative in their approach and with a flair for hypnotic music that demands the listeners attention.
http://aural-innovations.com - Jerry Kranitz
*************************"…no freeway, no plan, no trees, no ghost" è una tappa importante, che sembra portare il gruppo verso luoghi in cui dilatazione e psichedelia vanno a braccetto con emotività e morbida inquietudine. Se il futuro andrà in questa direzione difficilmente ne resteremo delusi.
www.kronic.it - Marco Del soldato (1/6/04)
*************************
Fin dalle prime note del loro nuovo album, gli Ultraviolet Makes Me Sick mettono in chiaro le proprie intenzioni: proporre all'ascoltatore suoni caldi e passionali al servizio di trame quiete e meditative. "No Freeway, No Plan, No Trees, No Ghosts" (un titolo che allude a una sorta di purezza mentale, uno stato emotivo molto vicino al sogno) è infatti un disco che cerca la comunicatività attraverso la lentezza del proprio incedere, ricreando atmosfere notturne e coinvolgenti. E' il cinema, per stessa ammissione della band, uno dei punti di riferimento costanti per l'ispirazione: un progetto che fa pensare, dunque, all'elaborazione di una colonna sonora immaginaria.
www.supermizzi.com - GUIDO SILIOTTO

 

PRESS "Stuck In The Room Full Of Mirrors"

Stuck In The Room Full Of Mirrors è un disco adulto e maturo, che ha pochi rivali nel panorama post ubriacatura da GYBE!/Mogwai e non solo in Italia: ne è passato di tempo da quando li vidi dal vivo nel 2000, ma per fortuna almeno non invano.
Credetemi, anche se dentro al disco fa una comparsata il nostro Andrea Ferraris e Gianmaria degli UVMMS ogni tanto scrive su Sodapop, non vi sto raccontando quella dell'uva (come si dice qui a Genova): questo è davvero un discone, non ha bisogno di spintarelle, basta metterlo sul lettore e rende subito l'idea... E l'idea di questo disco arioso, sognante e malinconico è perfetta non solo per questa primavera.
www.sodapop.it - Emiliano Grigis

“Stuck In The Room Full Of Mirrors” compie un balzo in avanti, sfruttando al meglio l'inserimento delle parti vocali – introdotte per la prima volta nel secondo disco e ora affidate all'ospite Umberto Provenzani – per allargare lo spettro sonoro del post-rock reticolare delle radici fino a spingerlo verso territori progressivi di frontiera
Enrico Ramunni (8/10) – Rockerilla

le strutture strumentali che respiravano visioni cinematografiche venate di rock, jazz e psichedelia si lasciano baciare dalle parti vocali, dolcissime… assaggiando la leggerezza dell’intermittenza pop. La catena serrata di chitarre e batteria si spezza e muta in nastri di raso accarezzati dai soffi di elettronica, contrabbasso, tastiere e di improbabili strumenti che osano suoni. La musica abbandona le zavorre di realtà e sussurra percorsi evocativi.
www.losthighways.it - By Amalia Dell'Osso

...chi prende la corda per portarla dalla propria parte, dove l`affabilità melodica sa essere convincente perchè tenue e delicata, e chi con forza reagisce arretrando verso il proprio territorio, psichedelico nelle luci forti ed aperto a curiose contaminazioni fra il freak ed il jazz. Nel mezzo tutto il passato ultravioletto, che di certo post rock (sempre personale e mai classificabile come "figlio di..") ha appreso le regole per deviarle attraverso strutture musicalmente autobiografiche.
www.kronic.it/ – Marco Delsoldato

Il terzo album del trio pavese è soprattutto un disco dalle sonorità rilassanti, un sound dove il post rock degli esordi è raffinato dal connubio col jazz ed il pop sofisticato e dove la voce di Umberto Provenzani, sempre in punta di piedi, si inserisce alla perfezione.
www.indie-zone.it - Stefano Ficagna

C'è semmai un senso di calligrafia in fieri che comunque emoziona, lascia intravedere una colonna vertebrale vigorosa (identificabile spesso nel drumming, capace di innervare il sound con tracotante flagranza) e la versatilità delle ampie vedute, abbondantemente testimoniata dall'onirico meeting tra Black Heart Procession e Beach Boys in sfaldamento bossa-soul di Reflecting Hope, così come dalla desert-psych affogata in liquido amniotico post di Can You Pass The Acid Test? - una roba tipo Ry Cooder stregato dai Gastr Del Sol.
di Stefano Solventi - Sentire Ascoltare

I primi passi dei nuovi UVMMS, timidi ma importanti come solo i primi passi sanno essere, si palesano in varie forme: un arrangiamento più caldo e settantesco, un aumento dei pezzi cantati (affidati ad Umberto Provenzani dei concittadini News For Lulu), preziosismi come la sega di Simone Fratti in Reflecting Hope e un ritmo che cresce sottopelle, con Davide Impellizzeri come un novello Jaki Liebezeit, propulsore di frequenti fughe verso un free-form tinto di cremisi. Come nella migliore tradizione, è l'ultimo brano, l'incantevole slowcore di Evening Stops, ad annunciare il probabile futuro. Che da qui pare radioso
Emanuele Sacchi - RUMORE (7)

esempio di rinnovamento per la sua alchimia sonora, in quanto contenitore di composizioni non più basate solo sull’uso di chitarra/basso/batteria, ma arricchite da molte parti vocali, tastiere, doppi bassi, cori. Al fine di raggiungere una dimensione che interseca psichedelia, pop, accenni jazz e riverberi del suono tipico Ultraviolet Makes Me Sick, rifratto qui e là dagli specchi della stanza in cui ha sede il circolo culturale Ortosonico di Pavia e in cui hanno avuto luogo le session per la realizzazione di questo cd.
Giampaolo Cristofaro [giampaolo.cristofaro@audiodrome.it] – Audiodrome

E' il terzo album per gli Ultraviolet Makes Me Sick. Bello. Diciamolo subito e senza remore. Questo è il giudizio complessivo. La sintesi è che il trio di Pavia ti stende subito con le sue geometrie impazzite, le sue lande desolate, la sua psichedelia, il suo rock onirico.
Universitinforma

“Sever” è una minacciosa marcia acida e dilatata che sa quasi di Flaming Lips, “Crash” raduna intorno al nucleo pulsante del basso e alla batteria dispari umori jazz rock e para-prog, “Floodland” è una ballata solenne dagli ampi orizzonti dove gli impercettibili scarti, gli inserti musicali e la mobilità della batteria di Davide Impellizzeri creano un ambiente sonoro unico, a metà tra la ballata indie-rock e il post-rock più denso, splendido compromesso tra scrittura e ricerca sonora. L’ennesimo disco di ottimo livello (www.uvmms.com).
Alessandro Besselva Averame

Quattro anni dopo gli Ultraviolet Makes Me Sick tornano a farsi sentire. Il post rock – etichetta che in passato la stampa ha appioppato forse con troppa solerzia alla band – in questo "Stuck In The Room Full Of Mirrors" continua a lasciare il proprio odore. Solo che gli Ultraviolet amano complicarsi la vita. E probabilmente detestano i marchi di fabbrica. Ecco perché con questi nove brani strapazzano i Mogwai e li costringono a fare pop rock, pur con tutte le deviazioni/dissonanze/improvvisazioni del caso. Senza scordare gli sghembi arrangiamenti di alcuni pezzi, che si accartocciano in rumorismi free-jazz sullo stile dei Tortoise dei bei tempi che furono.
Rock-it - di Manfredi Lamartina(21-05-2008)

Il loro suono, che già affonda in parte le radici nella musica dei settanta, risulta quindi moderno e complesso, con un occhio al post rock meno malinconico e banale, in favore di cambi di tempo, atmosfera, luogo, mood. Su tutto, una voce (quasi sempre di Umberto Provenzani) che fa di tanto in tanto capolino a riportare quel gusto pop di cui si diceva in apertura.
C’è chi apprezzerà molto le quasi Zorniane svisate jazz blues dei densi due minuti di Blues for S.B., ma io voto per la conclusiva e deliziosa Evening stops, heart beats, ghosts catch fire. Di certo ce n’è per molti gusti, ma non illudetevi: il disco non si presta ad ascolti distratti, anche perché coloro che lo suonano e lo producono ci sanno davvero fare, anche tecnicamente. Quindi impegnatevi anche voi: ascoltate anche in cuffia e godetevi ogni strato della stanza degli specchi.
di Matteo Uggeri - http://www.sands-zine.com/

Il CD vive una positiva doppia natura: la parte “art-pop” tipo Flaming Lips/Mercury Rev (Reflecting Hope: la voce di Provenzali, le tastiere di Andrea Girelli. Ma lo stesso si può dire di Sever) ben interagisce con suggestioni strumentali diverse che dalla psichedelia – la sega che pare un Theremin di Simone Fratti nella già citata Reflecting Hope – arrivano al (free) jazz, soprattutto per merito del mirabile “drumming” di Impellizzeri (inappuntabile, per fare un mero esempio, il ritmo frammentato e vario di Crash [Staring At Cars Crashing As Pure Musical Attitudes], arricchita peraltro dal basso di Andrea Ferraris e dal complesso lavorio chitarristico di Aprile e Anadone). In effetti, la qualità della proposta è indiscutibile (e consigliata).
Per contattare il gruppo: info@uvmms.com e la Urtovox: info@urtovox.it
Marco Fiori - http://www.kathodik.it/

 

 

     
  email urtovox