PRESS "Stuck In The Room Full Of Mirrors"
Stuck In The Room Full Of Mirrors è un disco adulto e maturo, che ha pochi rivali nel panorama post ubriacatura da GYBE!/Mogwai e non solo in Italia: ne è passato di tempo da quando li vidi dal vivo nel 2000, ma per fortuna almeno non invano.
Credetemi, anche se dentro al disco fa una comparsata il nostro Andrea Ferraris e Gianmaria degli UVMMS ogni tanto scrive su Sodapop, non vi sto raccontando quella dell'uva (come si dice qui a Genova): questo è davvero un discone, non ha bisogno di spintarelle, basta metterlo sul lettore e rende subito l'idea... E l'idea di questo disco arioso, sognante e malinconico è perfetta non solo per questa primavera.
www.sodapop.it - Emiliano Grigis
“Stuck In The Room Full Of Mirrors” compie un balzo in avanti, sfruttando al meglio l'inserimento delle parti vocali – introdotte per la prima volta nel secondo disco e ora affidate all'ospite Umberto Provenzani – per allargare lo spettro sonoro del post-rock reticolare delle radici fino a spingerlo verso territori progressivi di frontiera
Enrico Ramunni (8/10) – Rockerilla
le strutture strumentali che respiravano visioni cinematografiche venate di rock, jazz e psichedelia si lasciano baciare dalle parti vocali, dolcissime… assaggiando la leggerezza dell’intermittenza pop. La catena serrata di chitarre e batteria si spezza e muta in nastri di raso accarezzati dai soffi di elettronica, contrabbasso, tastiere e di improbabili strumenti che osano suoni. La musica abbandona le zavorre di realtà e sussurra percorsi evocativi.
www.losthighways.it - By Amalia Dell'Osso
...chi prende la corda per portarla dalla propria parte, dove l`affabilità melodica sa essere convincente perchè tenue e delicata, e chi con forza reagisce arretrando verso il proprio territorio, psichedelico nelle luci forti ed aperto a curiose contaminazioni fra il freak ed il jazz. Nel mezzo tutto il passato ultravioletto, che di certo post rock (sempre personale e mai classificabile come "figlio di..") ha appreso le regole per deviarle attraverso strutture musicalmente autobiografiche.
www.kronic.it/ – Marco Delsoldato
Il terzo album del trio pavese è soprattutto un disco dalle sonorità rilassanti, un sound dove il post rock degli esordi è raffinato dal connubio col jazz ed il pop sofisticato e dove la voce di Umberto Provenzani, sempre in punta di piedi, si inserisce alla perfezione.
www.indie-zone.it - Stefano Ficagna
C'è semmai un senso di calligrafia in fieri che comunque emoziona, lascia intravedere una colonna vertebrale vigorosa (identificabile spesso nel drumming, capace di innervare il sound con tracotante flagranza) e la versatilità delle ampie vedute, abbondantemente testimoniata dall'onirico meeting tra Black Heart Procession e Beach Boys in sfaldamento bossa-soul di Reflecting Hope, così come dalla desert-psych affogata in liquido amniotico post di Can You Pass The Acid Test? - una roba tipo Ry Cooder stregato dai Gastr Del Sol.
di Stefano Solventi - Sentire Ascoltare
I primi passi dei nuovi UVMMS, timidi ma importanti come solo i primi passi sanno essere, si palesano in varie forme: un arrangiamento più caldo e settantesco, un aumento dei pezzi cantati (affidati ad Umberto Provenzani dei concittadini News For Lulu), preziosismi come la sega di Simone Fratti in Reflecting Hope e un ritmo che cresce sottopelle, con Davide Impellizzeri come un novello Jaki Liebezeit, propulsore di frequenti fughe verso un free-form tinto di cremisi. Come nella migliore tradizione, è l'ultimo brano, l'incantevole slowcore di Evening Stops, ad annunciare il probabile futuro. Che da qui pare radioso
Emanuele Sacchi - RUMORE (7)
esempio di rinnovamento per la sua alchimia sonora, in quanto contenitore di composizioni non più basate solo sull’uso di chitarra/basso/batteria, ma arricchite da molte parti vocali, tastiere, doppi bassi, cori. Al fine di raggiungere una dimensione che interseca psichedelia, pop, accenni jazz e riverberi del suono tipico Ultraviolet Makes Me Sick, rifratto qui e là dagli specchi della stanza in cui ha sede il circolo culturale Ortosonico di Pavia e in cui hanno avuto luogo le session per la realizzazione di questo cd.
Giampaolo Cristofaro [giampaolo.cristofaro@audiodrome.it] – Audiodrome
E' il terzo album per gli Ultraviolet Makes Me Sick. Bello. Diciamolo subito e senza remore. Questo è il giudizio complessivo. La sintesi è che il trio di Pavia ti stende subito con le sue geometrie impazzite, le sue lande desolate, la sua psichedelia, il suo rock onirico.
Universitinforma
“Sever” è una minacciosa marcia acida e dilatata che sa quasi di Flaming Lips, “Crash” raduna intorno al nucleo pulsante del basso e alla batteria dispari umori jazz rock e para-prog, “Floodland” è una ballata solenne dagli ampi orizzonti dove gli impercettibili scarti, gli inserti musicali e la mobilità della batteria di Davide Impellizzeri creano un ambiente sonoro unico, a metà tra la ballata indie-rock e il post-rock più denso, splendido compromesso tra scrittura e ricerca sonora. L’ennesimo disco di ottimo livello (www.uvmms.com).
Alessandro Besselva Averame
Quattro anni dopo gli Ultraviolet Makes Me Sick tornano a farsi sentire. Il post rock – etichetta che in passato la stampa ha appioppato forse con troppa solerzia alla band – in questo "Stuck In The Room Full Of Mirrors" continua a lasciare il proprio odore. Solo che gli Ultraviolet amano complicarsi la vita. E probabilmente detestano i marchi di fabbrica. Ecco perché con questi nove brani strapazzano i Mogwai e li costringono a fare pop rock, pur con tutte le deviazioni/dissonanze/improvvisazioni del caso. Senza scordare gli sghembi arrangiamenti di alcuni pezzi, che si accartocciano in rumorismi free-jazz sullo stile dei Tortoise dei bei tempi che furono.
Rock-it - di Manfredi Lamartina(21-05-2008)
Il loro suono, che già affonda in parte le radici nella musica dei settanta, risulta quindi moderno e complesso, con un occhio al post rock meno malinconico e banale, in favore di cambi di tempo, atmosfera, luogo, mood. Su tutto, una voce (quasi sempre di Umberto Provenzani) che fa di tanto in tanto capolino a riportare quel gusto pop di cui si diceva in apertura.
C’è chi apprezzerà molto le quasi Zorniane svisate jazz blues dei densi due minuti di Blues for S.B., ma io voto per la conclusiva e deliziosa Evening stops, heart beats, ghosts catch fire. Di certo ce n’è per molti gusti, ma non illudetevi: il disco non si presta ad ascolti distratti, anche perché coloro che lo suonano e lo producono ci sanno davvero fare, anche tecnicamente. Quindi impegnatevi anche voi: ascoltate anche in cuffia e godetevi ogni strato della stanza degli specchi.
di Matteo Uggeri - http://www.sands-zine.com/
Il CD vive una positiva doppia natura: la parte “art-pop” tipo Flaming Lips/Mercury Rev (Reflecting Hope: la voce di Provenzali, le tastiere di Andrea Girelli. Ma lo stesso si può dire di Sever) ben interagisce con suggestioni strumentali diverse che dalla psichedelia – la sega che pare un Theremin di Simone Fratti nella già citata Reflecting Hope – arrivano al (free) jazz, soprattutto per merito del mirabile “drumming” di Impellizzeri (inappuntabile, per fare un mero esempio, il ritmo frammentato e vario di Crash [Staring At Cars Crashing As Pure Musical Attitudes], arricchita peraltro dal basso di Andrea Ferraris e dal complesso lavorio chitarristico di Aprile e Anadone). In effetti, la qualità della proposta è indiscutibile (e consigliata).
Per contattare il gruppo: info@uvmms.com e la Urtovox: info@urtovox.it
Marco Fiori - http://www.kathodik.it/ |